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Cosa resta del G8? Il buio della ragione

Vent’anni fa, proprio in questi giorni, si riuniva a Genova, in occasione dell’incontro dei potenti della terra, impegnati nella definizione delle strategie economiche che avrebbero riguardato l’andamento sociale mondiale nei tempi immediatamente a venire, si riuniva un numero molto grande di persone appartenenti a aree composite (associazioni, sindacati, chiese, organizzazioni non governative) sostenute dal desiderio di far sentire una voce dissonante rispetto ai processi di globa-lizzazione e alle diseguaglianze che questi processi comportavano.

Storia dei movimenti sociali

La prima volta in cui questo movimento compare è, forse, a Birmingham, anche in quel caso in occasione del G8, con lo scopo di chiedere la cancellazione del debito dei paesi più poveri. Nel novembre dello stesso anno si ritrova a Seattle, capitale dello stato di Washington e sede della Microsoft, città simbolo della new economy. Alla conferenza indetta per un’ulteriore liberalizzazione dei mercati, decide di partecipare quello che, proprio da quel momento in poi, sarà chiamato il popolo di Seattle, con la richiesta di un ordine politico ed economico maggiormente tutelante i diritti dei più deboli, più attento alle politiche ambientali. Partecipano oltre cinquantamila persone.

La manifestazione si svolge secondo una serie di eventi che diventerà ripetitivo e tragico copione per tutti gli appuntamenti successivi: tecniche di opposizione non violenta come modalità di opposizione, presentazione delle ricchezze artistiche e culturali dei paesi partecipanti, spettacoli, musica. E gruppi aggressivi infiltrati tra i manifestanti a rendersi responsabili di atti violenti quando non di devastazione. A tali gruppi, i partecipanti al corteo non riescono ad opporre un contenimento efficace, mentre, su altro versante, le forze dell’ordine finiscono per reagire con durezza spesso eccessiva e brutale.

Nel caso di Seattle, nove giorni dopo i fatti, ci sono le dimissioni del capo della poliziaIl movimento cresce rapidamente anche attraverso la rete ed è presente a Porto Alegre, Praga, Mon-treal, Nizza, Napoli, Göteborg.

Genova, luglio 2001

E, infine, a Genova nel 2001. Ciò che è accaduto è tristemente noto a tutti, ma è importante ripercorrerne la memoria perché i contenuti di quei fatti ancora oggi ci riguardano. Prima di tutto, perché abbiamo imparato una volta di più quanto può essere fragile la democrazia. A Genova è venuto alla ribalta, è rimasto sotto gli occhi del mondo per tre interminabili giorni, un volto barbaro e selvaggio delle forze dell’ordine, guidate da una ideologia crudele e feroce, nella completa eclissi dei diritti costituzionali.

Sostituire la mente alla forza dei muscoli

Un’ideologia che obbedisce alla seduzione della semplificazione. Con le armi e con la forza, si azzera ogni conflitto e ogni contraddizione. La fatica della comprensione e dell’integrazione dei punti di vista diversi è magicamente superata con l’imposizione di una realtà elementare, semplice perché povera, brutale. Una seduzione che ci interessa particolarmente perché, dal punto di vista emotivo, qualcosa di simile ha valore per ogni singolo essere umano.

Può sembrare desiderabile, infatti, dismettere, ad un certo punto, la fatica estenuante volta a conservare uno spazio alle diverse parti di noi stessi, demandando ai “bracci armati” interni – da sempre presenti – l’eliminazione di ciò che ci appartiene, ma non ci piace. Ci vogliamo senza incertezze, con un’identità sessuale appropriata, con un colore della pelle conveniente, capaci di cogliere gli obiettivi scelti senza paure di prestazione, liberi da malattie invalidanti, emendati soprattutto dai bisogni affettivi e, non ultimo fattore, sempre giovani.

All’interno della nostra mente, possiamo rinunciare alla democrazia per creare una individualità più rassicurante, mettendo l’indesiderato in un contenitore cattivo per essenza, in modo da affrancarci dal peso della complessità e della fragilità. Nel corso del tempo, i processi intentati ai poliziotti e carabinieri coinvolti hanno portato a diverse condanne.

Le condanne del G8 di Genova

Per quanto riguarda i fatti della scuola Diaz, il 5 luglio 2012 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza d’appello, condannando definitivamente i diciassette imputati; il 13 giugno 2013 sempre la Cassazione giudicava colpevoli le quaranta persone inquisite per i fatti della caserma di Bolzaneto, anche se per trentatré di essi scattava la prescrizioneIl 17 aprile 2014 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo confermava che quanto accaduto alla scuola Diaz era qualcosa che attiene alla tortura e criticava il governo e la polizia italiani per non aver rimosso i colpevoliIl 14 luglio 2017, infine, sempre in riferimento agli eventi di Bolzaneto, la tortura diventa reato anche in Italia.

Il nuovo articolo prevede che la condanna sia più grave – sino a dieci anni di detenzione – se i fatti vengono commessi da un pubblico ufficiale. Di fronte alle sentenze, così si era espresso l’allora capo della polizia Antonio Manganelli: «𝘖𝘳𝘢, 𝘥𝘪 𝘧𝘳𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘭 𝘨𝘪𝘶𝘥𝘪𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘯𝘢𝘭𝘦, 𝘦̀ 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘤𝘶𝘴𝘦. 𝘈𝘪 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢𝘥𝘪𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘴𝘶𝘣𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘯𝘯𝘪 𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘤𝘩𝘦, 𝘢𝘷𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘧𝘪𝘥𝘶𝘤𝘪𝘢 𝘯𝘦𝘭𝘭’𝘪𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘻𝘪𝘢, 𝘭’𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘷𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘪-𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢̀ 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘦𝘳𝘳𝘢𝘵𝘰 𝘦𝘥 𝘦𝘴𝘪𝘨𝘰𝘯𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘦𝘥 𝘦𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘦𝘯𝘻𝘢».

Distruttività e costruzione

Non sono le uniche dichiarazioni in tal senso e nemmeno le uniche ammissioni di responsabilità circa eventi dominati da ferocia e sopraffazione. Ma le immagini della piazza di allora continuano a rimanere nella mente con dolore e sconcerto. La violenza, la mancanza di rispetto, sono compagni di viaggio troppo vicini e troppo spesso possono rompere il fragile equilibrio del contenimento per erompere come distruttività che porta via ogni opera di paziente costruzione.

Cosa sarebbe potuto essere il G8

Le scuse sono un unguento benefico, ma la fiducia dei giovani intervenuti alla manifestazione è inevitabilmente cambiata di segno in quei giorni. Quei giovani che, nelle menomazioni permanenti riportate negli scontri, conducono per sempre con loro il ricordo buio di un mondo senza giustizia. E una vita, con i suoi pregi e i suoi lati oscuri, è stata spezzata per sempre. Un prezzo inammissibile. Il rammarico sta nel pensiero che avrebbe davvero potuto essere, quello del G8 di Genova, un evento ricco e bello, pieno di forza e di speranza per una possibile modifica delle logiche più pesanti circa lo sfruttamento della natura e degli esseri umani.

Forse, proprio questo ha fatto paura. Anche in questo caso, possiamo avere un accadere simile a livello individuale. Il rischio di “allargare i paletti della tenda” e rivendicare un luogo per la ricchezza delle istanze affettive che appartengono profondamente alla storia personale può sembrare troppo destabilizzante, all’origine di un ordine che si teme potrebbe sovvertire in modo eccessivo la realtà in cui, sola, sembra di potersi muovere.

Troppi i conti da rifare e bilanciare all’idea di una musica che si lascia fluire e non obbedisce più al tempo fisso della propria esotica compostezza. Meglio difendere l’ordine stabilito e non correre il rischio inutile di una vita più autentica. In effetti, dal luglio 2001, il movimento si è via via affievolito sino a scomparire quasi del tutto, mentre le logiche avversate dallo stesso movimento sembrano essersi fatte più consistenti e imperative.

Voci dalla stampa italiana ed estera

Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento Europeo, una delle cento donne al mondo candidate per il Nobel per la pace, così si esprime: «𝘐𝘭 𝘕𝘦𝘸 𝘠𝘰𝘳𝘬 𝘛𝘪𝘮𝘦𝘴 𝘥𝘦𝘧𝘪𝘯𝘪̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘤𝘦 𝘭’𝘶𝘯𝘪𝘤𝘢 ‘𝘴𝘶𝘱𝘦𝘳𝘱𝘰𝘵𝘦𝘯𝘻𝘢’ 𝘪𝘯 𝘨𝘳𝘢𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘢𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘜𝘯𝘪𝘵𝘪. 𝘐𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦 𝘭𝘢 𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘢 𝘴𝘪 𝘧𝘦𝘤𝘦 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪𝘮𝘮𝘰 𝘢 𝘴𝘤𝘢𝘭𝘧𝘪𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘥𝘦𝘤𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘉𝘶𝘴𝘩. 𝘜𝘭𝘵𝘪𝘮𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘴𝘱𝘦𝘳𝘢𝘷𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘯𝘥𝘦𝘮𝘪𝘢 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘴𝘴𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘶𝘤𝘦 𝘭𝘢 𝘯𝘦𝘤𝘦𝘴𝘴𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘢𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘢 𝘦𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦, 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦, 𝘮𝘪 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘤𝘩𝘦, 𝘤𝘰𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘰 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦, 𝘱𝘳𝘦𝘷𝘢𝘭𝘨𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘦 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘱𝘳𝘪𝘷𝘪𝘭𝘦𝘨𝘪 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘥𝘪𝘴𝘦𝘨𝘶𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯𝘻𝘦».

In Carlo Cerrati, Mani bianche, zona rossa, Erga edizioniAnche Monica Lanfranco, giornalista e autrice di un libro proprio dedicato al G8 parla in modo simile: «𝘓𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘢𝘱𝘦𝘷𝘰𝘭𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘦̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢 𝘷𝘪𝘷𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘭𝘢 𝘨𝘭𝘰𝘣𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘪, 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘳𝘪𝘴𝘰𝘳𝘴𝘦, 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘦𝘵𝘦𝘯𝘻𝘦, 𝘥𝘦𝘭 𝘣𝘦𝘯𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦, 𝘮𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘪𝘯 𝘤𝘶𝘪 𝘪𝘭 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘵𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘯𝘪𝘤𝘪 𝘢𝘵𝘵𝘰𝘳𝘪, 𝘴𝘱𝘪𝘦𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘦 𝘴𝘤𝘩𝘪𝘢𝘷𝘪𝘴𝘵𝘪, 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘴𝘪 𝘯𝘶𝘵𝘳𝘰𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘳𝘱𝘪 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘪 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪 𝘨𝘪𝘢̀ 𝘱𝘰𝘷𝘦𝘳𝘪, 𝘮𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘷𝘦𝘳𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘩𝘪, 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘯𝘰𝘪, 𝘩𝘢 𝘢𝘷𝘶𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘵𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘪 𝘯𝘢𝘴𝘤𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘭𝘶𝘰𝘨𝘩𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘨𝘰𝘥𝘰𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘭𝘢𝘵𝘪𝘷𝘢 𝘳𝘪𝘤𝘤𝘩𝘦𝘻𝘻𝘢».

Il fatto quotidiano, giugno 2021. Opinione simile quella di Antonio Bruno, più volte consigliere comunale del comune di Genova: «𝘐𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘯𝘯𝘪 (𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘎8) 𝘤’𝘦𝘳𝘢 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘷𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢𝘷𝘢 𝘥𝘪 𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘥𝘪𝘴𝘤𝘶𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘭’𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘪𝘰 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘷𝘦𝘳𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦𝘤𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘊𝘰𝘳𝘯𝘪𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢, 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘥𝘪 𝘢𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰, 𝘦𝘳𝘢 𝘧𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘮𝘢𝘴𝘴𝘪𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘪𝘯𝘲𝘶𝘪𝘯𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰. 𝘈𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘳𝘢𝘥𝘪𝘤𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘢𝘮𝘣𝘪𝘢𝘵𝘦 𝘦 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪 𝘦𝘳𝘢 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪𝘵𝘪 𝘢 𝘣𝘭𝘰𝘤𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘷𝘦𝘯𝘵’𝘢𝘯𝘯𝘪 𝘧𝘢 𝘴𝘵𝘢 𝘵𝘰𝘳𝘯𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢, 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘳𝘦𝘴𝘢 𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘮𝘱𝘭𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘰 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘪𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦, 𝘪𝘯 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘥𝘢 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳 𝘧𝘢𝘳 𝘢𝘳𝘳𝘪𝘷𝘢𝘳𝘦 𝘯𝘢𝘷𝘪 𝘥𝘪 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳 𝘤𝘢𝘣𝘰𝘵𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰, 𝘢𝘭𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘶𝘯’𝘦𝘤𝘰𝘯𝘰𝘮𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘥𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘴𝘶𝘥 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰, 𝘦𝘤𝘰𝘯𝘰𝘮𝘪𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘶𝘵𝘪𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢 𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘣𝘢𝘮𝘣𝘪𝘯𝘪, 𝘥𝘪 𝘧𝘳𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘤𝘶𝘪 𝘯𝘰𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘪𝘢𝘵𝘵𝘢𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘦𝘥𝘪 𝘥𝘪 𝘴𝘶𝘱𝘦𝘳𝘮𝘦𝘳𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘰𝘷𝘦 𝘴𝘵𝘰𝘤𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘪 𝘣𝘦𝘯𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘥𝘰𝘵𝘵𝘪». Intervista di Annalisa Camilli per Internazionale.

La notte della ragione

Memoria amara, quindi, quella del G8 di Genova e monito per non abbandonare la responsabilità verso il proprio tempo e il luogo in cui si vive. Il nostro tempo e il nostro spazio hanno bisogno di cure e di attenzione per arginare le pretese di un agire che crede di poter fare a meno dell’onere del rispetto per la pluralità e la complessità di ciò che siamo, compresi anche gli aspetti più fragili e delicati, bisognosi di soccorso e di promozione. La seduzione infantile di potere fare presto e non tenere conto a volte può diventare la notte della ragione e del sentire, una notte che genera mostri in cui è difficile riconoscersi.

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